IN POSA
di Sylvano Bussotti
Ti sanno addolorare anche le carte, riproduzioni, stampati, buste oppure carte vergini, ma carte vere di almeno un secolo antiche come questo caldo foglietto dalla irriproducibile grana verticale su cui starei per dire: ti scrivo. Non è vero che si dimentica. Non è affatto vero che il tempo, tanto meno il tempo del musicista, poco a poco vela ed infine cancella esseri e cose amate. Perdute come diremmo abbandonandoci alle irreparabili assenze. Sobbalza cuore, stomaco, cervello se un sorriso ti si rivolge dal passato. E se questo passato è prossimo, subito viene da rispondere, rivolgersi pianamente a colui cui pensi, scrivere messaggi, frasi, ripeto almeno e più di una volta, sotto la dettatura di un autunno vicino; messaggi a raccontare paesaggio, luce, colore, immobilità o furia del vento, nubi umide e cupe, squarci brevi assolati nell’oro illusorio del vivo riflesso scandito da campanellini lontani, dal richiamo alto dell’uccello mattutino, dal verso notturno che suona inconsolabile, mentre si tratta del semplice miagolio di un gatto in vena di conversazione.
Mi attardo in un simile raccontare agreste a causa di pensieri che non fanno suono, dopo avere solfeggiato fra sé e sé trentatré misure, con dieci secondi a coda evanescente, ma da ripetere allargando, in accordo lucente di sol maggiore basato sul semitono mediograve del violoncello che appena contrasta intonando un la bemolle, sotto il tentativo, classicamente affidato al secondo violino, del volteggiare la quinta nel dondolio di un grado appena superiore, il vero e proprio inciso che si ripete; a fare, di cinque altezze in tutto, la garbata e gentilissima chiusa.
Sembra vana, l’analisi musicale, non meno del capriccio paesaggistico, a ricordare Francesco Pennisi. Ho appena detto ti scrivo. Con esitante pudore un gesto illustrativo e impossibile, però gesto da insistere lungo i tratti contati, passi, orme, ove ripercorrere la storia, nelle molteplici sue discipline, originale più che esemplare, non immaginandolo proprio intento a voler dare l’esempio, di un artista niente affatto segreto; palese, al contrario per l’assenza totale di astrattezza, viziosa malattia di tutto il secolo scorso, fenomeno e virus necessario ma morbo, dedito con assoluta costanza a quella più che rara figurazione antica e classica illuminata di pensieri ignoti ai più, si dica pure aristocratica; pensieri fattisi vedere e udire in opere d’incantamento, riflessione, indizio, grazia, evidenza schietta.
Ne avessi l’opportunità meglio sarebbe tracciare qui sopra pentagrammi, anche Pennisi sembrerebbe aver tirato di mano sua, inciso quasi, 32 linee orizzontali, cinque a cinque, tutte fuoriuscenti dalle barre verticali di misura in conclusione di capoverso, con tremuli, brevi svolazzi a perdere; non soltanto se, ad eccezione dei quattro pentagrammi d’esordio che la tradizionale doppia barra inaugura, perfino l’inizio dei capoversi gode in questa libera mobilità del segno. Altra, davvero sottile, impagabile maniera, quella di numerare le misure del breve componimento, facendolo tutte le volte che si deve andare a capo, con il numero scritto dentro un quadratino il quale ne lascia intravedere un secondo quadratino sottostante, segnato un po’ di traverso e quasi sempre a lato e di sopra; due sole volte sottostante. Tutto non è qui.
Intitolata “Siciliana” è datata 1997 l’opera incisa a due colori appare a prima vista come striata di rosso: un ampio paesaggio orizzontale tratteggiato con questo colore, dal contrasto assoluto sul nero dei pentagrammi e dei suoni, dispone sassi, verzure, fogliame grasso, profili, dossi, gibbosità montane o di collina, una casa di un paio di piani con annesso qualche larvato simbolo musicale, ancora la data e in fondo, a parte una piccola, fosca insenatura, “il tremolar della marina”.
Oppure un cartoncino per messaggi augurali, partecipazioni, risposte, svelti comunicati amichevoli. Riprodotta a colori un’opera pittorica di Pennisi intitolata Autoritratto in posa a Jachium e datata 1975.
Lo ricevetti per la prima volta nel dicembre del novantasei. Il 24 marzo del duemila mi è stato spedito il medesimo cartoncino: una perizia d’altri tempi, voglio dire un’arte antica posa qui l’acquarello con la sapienza del togliere colore anziché addensarne, liberare gli spazi dove imperi quella totale luce estiva violentemente scagliata sopra il mondo per cui le pareti di una casa e il cielo stesso abbagliano nel medesimo, accecante candore che le ombre di già lunghe di rilievi e volumi, auree, villette, verdine, maculate, non riescono a realmente sbalzare. E’ in posa la casa su cui posano portale e finestra superiore dai decorativi aggetti pietrosi, finestra e porte chiuse a non far entrare il caldo compromettendo la frescura d’ombra all’interno; un calore senza pietà che ha bruciato del tutto l’erba esterna dove spuntano come vegetazione ribelle verso l’alto, fili gialli, spighe di gramigna; posa lontano un cenno al profilo dei monti, posa la mano destra sull’esiguo cancelletto chiuso verso più liberi, qua invisibili, esterni, dell’autore stesso, in camicia estiva con le maniche corte, azzurri pantaloni leggeri, mano sinistra lungo il fianco ed in testa un gran cappello di paglia. Infine diresti in posa il cielo medesimo nella sua impassibilità indifferente, lontanissima, cruda e assente, non contaminata dal destino. Francesco mi scrive “non mi tolgo il cappello per via del troppo sole” io contemplo la delicatezza lontana eppur concreta della giocosa immagine, ripensando al mio amico Rocco quando ci disse “perché non disegnate l’uno sulle musiche dell’altro e fra i dipinti l’un dell’altro non inventate pentagrammi ornati di note?” – confesso di averlo già fatto” dice Francesco ridendo come un ragazzino, al che con effervescente allegria ci mettemmo a progettare opere a quattro mani che mai più potranno vedere la luce. Laura Pennisi rievoca “la sua ironica leggerezza” in poche righe cortesi e l’amico è qui. In quel paio di parole.
Impossibile, a non averlo saputo, riconoscere in Francesco Pennisi un siciliano e tanto meno un trasteverino. Parlava l’italiano come pochi, se sommessamente, senza impazienza o scatti dell’umore quando dialogasse per la via. Ci univa la incontentabilità che incoraggi a scartare le devozioni volte ad una sola disciplina; sognare musiche o dipinti prendendone in concreto, come dite, la misura, il rischio, le misteriose risonanze, movenze, illusioni.
Traccio dunque righe di parola all’inchiostro di china, pur nell’anonimato relativo al rapidograph, avviate alla riproduzione probabilmente, anzi di certo, stampata. Mi provo a non aggiungere forme arcane o ermetiche al linguaggio, invariabilmente povero quando tenta lo scioglimento di quei nodi tenaci stretti all’emozione. Del resto la nostra, quando ci fu, corrispondenza discreta e scarna. Inchiostro bruno di un suo messaggio d’ottobre “con gli incoraggiamenti – scrive – per la tua intenzione di trasferirti a Roma”; messaggio che non pota cifre né del giorno né dell’anno. Solo un “ottobre”, mese in un tempo rubato che, a volte, fa pesare alla musica stessa nella sua generosa cadenza di avventure privilegiate, come all’aura che avvolge di bellezza ogni vera memoria.